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Vino addio, Pechino ha scelto la linea della sobrietà

2026-03-25 - 02:20

AGI - I 'ganbei' non risuonano più sulle tavole cinesi e, come accade con il più classico dei battiti d'ala di farfalla a Pechino, la tempesta sta investendo vigneti lontanissimi. La sobrietà imposta da Xi Jinping sta costando carissimo al mercato mondiale del vino. La stretta di Pechino contro consumi ostentati di alcol agli eventi ufficiali sta travolgendo uno dei mercati più redditizi e manda in crisi produttori da Bordeaux all'Australia. A pesare sono insieme il rallentamento dell'economia cinese e la campagna del Presidente contro comportamenti ritenuti inappropriati per funzionari pubblici e quadri del Partito. Una linea che ha prosciugato la domanda di etichette straniere, un tempo simbolo di status e prosperità. Il crollo delle scorte di vino in Cina Il segnale più evidente è arrivato a dicembre da Treasury Wine Estates, gigante australiano del settore, che ha denunciato un eccesso di scorte in Cina per circa 150 milioni di dollari, ferme nei magazzini dei distributori. La società ha annunciato il taglio delle spedizioni future, dopo che in autunno aveva già rivisto le previsioni annuali spiegando che gli acquisti del marchio Penfolds in Cina erano "ben al di sotto delle attese". La crisi si estende e il divieto di alcol colpisce La frenata non riguarda solo l'Australia. Colossi europei degli alcolici come Pernod Ricard e Diageo registrano cali a doppia cifra delle vendite nel mercato cinese, riporta il Wall Street Journal. Nel complesso, le importazioni cinesi di vino sono diminuite dell'11% nell'ultimo anno, smentendo le attese di una ripresa graduale. Rispetto al picco del 2018, quando la Cina acquistava vino estero per quasi 3 miliardi di dollari, il mercato si è ormai dimezzato. A dare il colpo di grazia è stato il provvedimento adottato in maggio nell'ambito della campagna di austerità: il divieto esplicito di consumo di alcol in occasione di eventi governativi e del Partito Comunista. Una norma che ha avuto un forte effetto deterrente su funzionari e aziende pubbliche, al punto che, secondo testimonianze e media locali, in alcuni convegni non è stato servito alcol per il timore di incorrere in sanzioni. Il boom del vino cinese e il suo declino Negli anni Duemila e fino alla fine del decennio scorso, la Cina era diventata l'insospettabile motore del mercato del vino, passando da meno dell'1% all'8% delle importazioni mondiali. Il boom aveva arricchito produttori in Cile, California, Francia e Australia. A Bordeaux, nel 2019, un quarto dell'export era destinato alla Cina, primo mercato internazionale della regione. Facoltosi investitori cinesi avevano comprato decine di tenute, ribattezzandone alcune con nomi pensati per attrarre la clientela asiatica. Ora il quadro si è capovolto. La pandemia ha colpito i consumi, la crisi immobiliare ha eroso la ricchezza percepita delle famiglie e la nuova offensiva anti-corruzione ha cancellato quel segmento fatto di regali, banchetti e relazioni d'affari che sosteneva gran parte delle importazioni. Le esportazioni verso il mercato cinese sono scese del 28% in volume nell'ultimo anno e valgono meno di un quarto dei livelli del 2017. Dal 2023 la regione ha perso circa il 20% della superficie coltivata a vite, con produttori costretti a sradicare le vigne per contenere le perdite. Crisi strutturale e cambio di percezione A soffrire non sono soltanto gli esportatori stranieri: anche le cantine cinesi accusano il colpo. Judy Chan, alla guida di Grace Vineyards, ha spiegato che il vino ha perso il suo fascino presso i più giovani, che lo associano sempre più a cene di lavoro e banchetti ufficiali, non a un consumo trendy. Per un settore che aveva scommesso sulla sete cinese come compensazione al calo dei consumi in Europa e in altri mercati maturi, la stretta di Xi rischia così di trasformarsi in una crisi strutturale, con effetti destinati a durare ben oltre la congiuntura.

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