Italia-Afghanistan: donne in prima linea in difesa dei diritti e delle libertà
2026-02-13 - 13:36
AGI - È stato presentato in Senato il libro “Donne. Resistenza. Libertà. Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” a firma della giornalista Angela Iantosca, edito dalle Paoline, con le voci di 21 ragazze e donne afghane rifugiate in Italia, supportate dall’associazione Nove-Caring Humans. “Donne. Resistenza. Libertà sono parole che dovrebbero stare sempre insieme. Le donne, che sono felice di accogliere in questa sede, hanno vissuto l’indicibile e continuano a viverlo. L’Afghanistan non è un luogo geografico confinato in un punto della terra, in un momento preciso della storia. Metaforicamente, tutte le donne vengono dall’Afghanistan, alcune ne sono uscite, altre non ne escono”, ha esordito la senatrice Alessandra Maiorino, promotrice della conferenza stampa di lancio del libro a Palazzo Madama. La senatrice Maiorino ha ricordato l’apporto fondamentale di Teresa Mattei, la più giovane delle Costituenti, che a soli 25 anni fu l’artefice dell’articolo 3 che ha posto lo sviluppo della persona umana al centro della Costituzione. “Come accade sempre per le donne, i diritti acquisiti lo sono dopo un processo di resistenza. Nel caso dell’Afghanistan, sento il peso della colpa dell’Occidente che dopo i diritti conquistati dalle donne le hanno poi abbandonate. L’apartheid di genere in atto non scandalizza, come accadde invece in Sudafrica. Viene considerato come un incidente di percorso. Noi rifiutiamo questa idea”, ha evidenziato la parlamentare del Movimento 5 Stelle. “Il libro stabilisce un parallelismo tra il mondo delle Costituenti e le rifugiate afghane, con un focus sul ruolo delle donne nelle nostre società con la lente della dignità e della ricerca della libertà. È urgente lavorare tutti insieme per non dimenticare l’Afghanistan, per il suo reintegro nella comunità internazionale”, ha dichiarato in un video messaggio l’Ambasciatrice dell’Italia in Afghanistan, Sabrina Ugolini, con base a Doha. L’Italia si muove su un doppio binario, quello politico-diplomatico, con la partecipazione al processo di Doha, come parte del tentativo non facile di costruire spazi di fiducia con i talebani per non chiudere i canali di comunicazione e portarli al tavolo negoziale. Altrettanto cruciale è la dimensione umanitaria, a sostegno della popolazione afghana, con un’attenzione particolare a donne, bambini e alle persone più vulnerabili che versano in condizioni socioeconomiche molto preoccupanti. “L’Italia è uno dei pochi donatori che non ha ridotto i suoi aiuti all’Afghanistan, con 16 milioni di euro erogati nel 2025, a supporto delle attività delle Ong italiane, come Nove, e della società civile, che operano con progetti di emergenza, sussistenza e imprenditoria, al di fuori dai riflettori. Contribuiamo a un percorso comune, solidale e trasversale in difesa dei valori di giustizia e libertà”, ha spiegato Ugolini. “Questo libro vuole dare voce alla solidarietà, proprio perché siamo tutti uguali e diversi. È questa la bellezza dell’umanità. Questo libro è un tassello per costruire una società più accogliente, più umana e fraterna”, ha affermato la direttrice editoriale delle Edizioni Paoline, Suor Mariangela Tassielli. “Grazie a queste 21 donne coraggiose che hanno accolto l’invito a raccontare le proprie storie, sfide, battaglie e speranze. Sono la voce di un desiderio condiviso da tante donne, ovunque nel mondo, quello di avere la possibilità di scegliere se andare in bici, studiare, chi amare e quando”, ha proseguito Suor Mariangela Tassielli, con l’auspicio che possano essere come “fiori resilienti capaci di risbocciare e diffondere bellezza autentica, pluralità, dignità e libertà". “È stato un viaggio bellissimo ed emozionante in cui la mia intuizione iniziale di connettere queste 21 afghane alle 21 Costituenti è stata confermata e moltiplicata durante gli incontri con tutte loro. Nelle loro parole riaffioravano quelle pronunciate a suo tempo da Nilde Iotti, da Teresa Mattei e dalle altre, incentrate sulla richiesta di rispetto di diritti che sono naturali e che la Costituzione protegge”, ha riferito Angela Iantosca. L’autrice ha evidenziato che “le loro voci ci ricordano che siamo tutti migranti in giro per il mondo, che ogni diritto è prezioso e non va mai dato per scontato perché potrebbe esserci tolto”, citando fra i tanti “quello di andare a scuola”, come un monito ai ragazzi che incontra spesso nelle scuole, in giro per l’Italia. “Tutte queste ragazze e donne sono vittime di pregiudizi, di uno stigma; quindi, mostriamo rispetto ed empatia perché non sappiamo mai la storia di chi ci sta accanto”, ha sottolineato l’autrice. Chiamarle rifugiate sarebbe però riduttivo. Nesa, Sadiqa, Khrisma, Taranhe, Waheeda, per citare solo alcune di loro, sono combattenti coraggiose, impegnate a ricostruirsi una vita daccapo in Italia, dopo essere state costrette a lasciarsi tutto dietro per sfuggire al dominio dei talebani in Afghanistan. Una battaglia la loro che va ben oltre la propria sfera familiare e vede le 21 protagoniste di questo libro – alla stregua delle 21 Costituenti – dare il proprio contributo alla costruzione di spazi di libertà e dignità per quante si trovano in patria, per le afghane stabilite all’estero come loro e che faticano a inserirsi in nuove realtà socioeconomiche. Con voce flebile e carica di emozione, interrotta da un pianto trattenuto con pudore, Waheeda, 21 anni, mamma di un bimbo di tre, è stata la prima ad affidare la sua storia al pubblico attento e commosso della sala Caduti di Nassirya. Waheeda è cresciuta troppo in fretta e ha pagato sulla propria pelle la sua personale battaglia per la libertà. “In fondo le nostre storie sono quelle di tutte le donne afghane che hanno vissuto e vivono nella violenza e la sofferenza. Io ne sono uscita. Ma la libertà è costosa e ti può costare anche le persone che ami, la tua terra, tua madre. A volte la libertà significa essere da sola, ma ricordiamoci sempre che c’è una differenza tra chi è rimasta da sola e chi ha scelto di stare da sola”, ha raccontato la giovane mamma. “Ci sono dei momenti in cui mi scordo che non potevo scegliere come vestirmi, quando uscire, con chi uscire, dove andare, quando tornare. Non avevo nemmeno il diritto di ridere perché quando ridevo mio padre o mio fratello si arrabbiavano”, ha confidato. “Questa è una guerra contro le donne, contro l’umanità, non possiamo permettere che ciò accada ancora. E non ci dimentichiamo dei 40mila iraniani massacrati per la libertà. Tutto quello che vogliono gli afghani e gli iraniani sono pane, lavoro, libertà, donna, vita e libertà”, ha continuato. Waheeda ha concluso dedicando una poesia di Pablo Neruda, uno dei suoi autori preferiti, al figlio, “luce della mia vita quando non avevo nessuna speranza”. Rezia, insegnante e giornalista, ha insistito sul fatto che il futuro si costruisce con l’educazione, la consapevolezza e la conoscenza della verità, motivo per cui la scuola e i media sono centrali, non solo in Afghanistan, quindi, portare avanti queste attività è “una forma di resistenza”. Non a caso i talebani vietano la scuola alle ragazze dopo i 12 anni, censurano e controllano i media, “anche per evitare che storie dolorose di violenze, soprusi, stupri e matrimoni forzati vengano raccontate”. Questo libro, secondo Rezia, “è un atto di memoria per ricordare che negare il diritto allo studio e alla partecipazione sociale di 21 milioni di afghane significa cancellare il futuro del nostro paese”. Pertanto, “non bastano le sole dichiarazioni della comunità internazionale: insieme abbiamo una responsabilità comune, motivo per cui le donne afghane non vogliono restare in silenzio e quelle che possono portano avanti la lotta per i diritti, in particolare quelle che vivono in esilio. Non si può essere solo spettatori ma bisogna anche essere parte della soluzione”. È così che un gruppo di rifugiate afghane in Italia con diversi percorsi di studio, bagagli e storie alle spalle hanno dato vita al gruppo “Neda”, che in lingua dari significa “a voce alta”, impegnato in attività di narrazione, educazione, empowerment femminile per raggiungere l’indipendenza culturale e sociale. Oltre a Rezia, una delle sue esponenti più attiva è Sediqa, ostetrica, che insiste sulla necessità vitale di “rafforzare la rete delle donne afghane per non lasciarle sole, per garantire uno spazio sicuro e per coordinare azioni concrete di informazione, formazione, ma anche di supporto all’integrazione nei paesi di accoglienza, perché qui ripartiamo da zero”. Sediqa ha ribadito l’importanza della solidarietà tra donne per “trasformare le esperienze in forza, in opportunità e speranza, anche con il contributo fondamentale delle donne italiane, perché sostenere l’autonomia di una donna significa sostenere un’intera famiglia quindi un pezzo di società”. Livia Maurizi, direttrice di Nove-Caring Humans, una delle poche Ong italiane rimasta in Afghanistan, dove opera da quasi 13 anni, ha raccontato dell’impegno rischioso portato avanti in un contesto molto complesso in uno scenario volatile, che implica di muoversi sempre lungo una linea rossa. Un lavoro invisibile, in cui le catastrofi naturali sono un’altra variabile di un gioco d’azzardo calcolato, almeno in parte. “Dopo aver sentito queste testimonianze, queste verità scomode ma necessarie, la domanda è: e noi cosa facciamo, ora? Chiaramente l’empatia non basta. Ci vuole responsabilità, la responsabilità di chi ascolta e deve prendere posizione”, ha insistito Maurizi. È quello che fa Nove-Caring Humans con i suoi progetti di emergenza e di sviluppo per continuare a creare spazi protetti per le afghane, seppur precari e temporanei, che vengono rimodulati in tempi anche molto rapidi quando le regole cambiano improvvisamente. Progetti portati avanti da operatori locali che sono di fatto atti di resistenza silenziosa, o quasi, come il 'Pink Shuttle' – il primo servizio di trasporto per le donne e per i disabili, gestito dalle donne, nato nel 2021 – e quando questi atti diventano quotidianità, sono poi la normalità. Un’altra parte dell’impegno Nove lo porta avanti in Italia, a supporto delle rifugiate afghane “spesso confrontate a un’altra negazione, a una burocrazia infinita, al mancato riconoscimento dei titoli di studio, agli stereotipi, all'isolamento", ha riferito la moderatrice dell'evento, Flavia Mariani, responsabile della comunicazione dell'associazione. Per far conoscere le loro storie, è stato realizzato un documentario intitolato “Faghan. Figlie dell’Afghanistan” e una mostra fotografica, per restituire le loro voci e volti. “Il compito di un’organizzazione come la nostra e della società civile in generale è quello di non ridurre i diritti a promesse ma di concretizzarli in atti, in protezione, in speranza”, ha auspicato Maurizi. Molto sentita, infine, la testimonianza di Tarhane, stabilita a Firenze, che fu la prima autista donna del ‘Pink Shuttle’ di Nove. Mamma di due bambini di 13 e di 9 anni, disabile, non a caso Tarhane decise allora di trasportare le persone con disabilità, tra le più discriminate in Afghanistan. “Da mamma di un bambino disabile, so bene cosa significhi vedersi rifiutare un passaggio, essere stigmatizzati per la condizione di salute del proprio figlio. La disabilità è considerata come la conseguenza di una colpa della madre e viene fatta pagare a caro prezzo. Sono grata a Nove, a quanti mi hanno aiutata ad arrivare in Italia dove mio figlio viene curato. Ora va a scuola, impara l’italiano, ha degli amici. Se fossimo rimasti in Afghanistan, a quest’ora sicuramente non sarebbe più in vita”, ha raccontato tutto d'un fiato con voce carica di emozione, gratitudine e rabbia. I confini e le distanze sono poco significativi, anzi si azzerano quando si tratta di difendere i diritti basilari degli esseri umani, a maggior ragione quelli dei bambini e delle donne, e di far cadere i divieti, uno a uno. “E’ un vostro diritto essere qui, non è una concessione. Le vostre storie siano un monito per tutte e tutti noi: i diritti conquistati decenni fa sono in pericolo ovunque, anche in Occidente. Basti guardare quanto succede in quello che viene considerato il faro della democrazia occidentale, gli Stati Uniti, per quanto riguarda il diritto all’aborto”, ha concluso la senatrice Maiorino.