Il “Buon Maharaja” che mise in salvo i bambini orfani deportati da Stalin
2026-03-23 - 13:10
AGI - Il piano di deportazione di massa da metà della Polonia spartita con il Patto Ribbentrop-Molotov era stato applicato da Stalin già al momento dell’occupazione militare nel 1939. Togliere i polacchi da quei territori significava sradicare la componente etnica e facilitare così la sovietizzazione nel nuovo sistema. In quattro ondate, dal 1940 al 1941, oltre un milione e mezzo di persone, compresi donne, vecchi e bambini, furono rastrellati dal NKVD e avviati su carri bestiame e in condizioni indicibili negli Urali, in Siberia e in Kazakistan, per essere rinchiusi nei gulag. I bambini furono da subito sottoposti a rigide misure di snazionalizzazione, a partire dal divieto di usare la propria lingua, e alla russificazione forzata. Ma poi l’aggressione tedesca il 22 giugno 1941 cambiò le carte in tavola e allora Stalin con l’accordo Sikorski-Majskij decise di liberarsi a partire dal 24 marzo 1942 di quei deportati, in particolare i non assimilabili e i meno sfruttabili nei campi di lavoro. E così, con quello che sarà chiamato l’Esercito del generale Władysław Anders, saranno almeno 36.000 le donne e i bambini autorizzati a lasciare l’Unione Sovietica, per finire nelle colonie britanniche di Asia, Africa e Oceania, in Medio Oriente e in Iran, spesso con lunghi ed estenuanti trasferimenti via mare. La conoscenza con Ignacy Paderewski in Svizzera nel 1920 I bambini della prima evacuazione erano più di tremila, in buona parte orfani, e nella seconda circa diecimila. Di questi, 740 vissero una straordinaria avventura nello stato principesco di Nawanagar, dove il maharaja Digvijaysinhji Ranjitsinhji Jadeja si offrì di farli sbarcare dopo una serie di rifiuti all’attracco, e offrì un vasto possedimento della sua residenza per costruire un campo di accoglienza nel luglio 1942. E fu proprio lui a premere sulla Camera dei principi indiani, di cui era presidente, affinché sostenessero l’opera umanitaria nei confronti dei rifugiati polacchi che affluivano sulle navi britanniche. Si fa risalire la sua particolare sensibilità verso il popolo e la cultura polacca al periodo in cui era il rappresentante dell’India alla prima sessione della Società delle Nazioni, nel 1920, e incontrò il celebre pianista Ignacy Jan Paderewski che guidava la delegazione della Polonia. Un padre amorevole che non faceva mancare nulla nel villaggio modello di Balachadi Si racconta che quando i bambini stremati dal lungo viaggio scesero finalmente a terra, il maharaja Jadeja li stesse aspettando sul molo per accoglierli personalmente, vestito di bianco, e per poterli guardare negli occhi si inginocchiò. Tutto quello che fece da quel momento in poi testimoniò uno slancio filantropico straordinario e raro: fornì cibo, alloggio, vestiti, istruzione, cure mediche, ma soprattutto un ambiente sereno e affettuoso dove crescere e ritrovare la normalità dopo le privazioni nei campi di concentramento, le radici familiari recise, l’odissea di migliaia di chilometri su terra e in mare. Visitava spesso quei bambini, si informava su di loro, partecipava agli eventi e agli spettacoli della comunità, si intratteneva con loro. Era diventato per gli orfani come il papà che avevano perduto in Polonia o nei gulag sovietici. L’adozione collettiva per evitare il rimpatrio forzato nella Polonia comunista Uomo colto e illuminato, Jadeja era nato nel 1895 ed era succeduto allo zio, peraltro celebre giocatore di cricket, nel governo di Nawanagar nel 1933, portando avanti una politica di riforme e di oculata amministrazione. Aveva militato per un decennio nell’esercito britannico dove era arrivato al grado di capitano e si era congedato nel 1931. Era molto considerato all’epoca per le sue qualità, ma ciò che fece con gli orfani polacchi andò anche oltre. Alla fine della seconda guerra mondiale il destino di quei bambini prevedeva il rimpatrio nella Polonia finita sotto il controllo di Stalin. E allora il maharaja Jadeja ebbe un’idea geniale che concordò con il sacerdote cattolico e cappellano polacco Franciszek Jan Pluta, che aveva fornito assistenza spirituale ai bambini degli orfanotrofi in Urss, e con l’ufficiale di collegamento britannico tenente colonnello Geoffrey Clark: li adottò tutti, in blocco. E per dare piena valenza giuridica a quel gesto che scongiurava il rimpatrio forzato fece sancire l’adozione formale al Tribunale di Nawanagar. Quando i polacchi, commossi, gli chiesero come avrebbero potuto contraccambiare, si sentirono rispondere che magari avrebbero potuto intitolargli una strada a Varsavia, in Polonia, ma solo quando sarebbe tornata a essere un Paese libero e democratico. Il desiderio di una via a Varsavia, ma solo se libera. La piazza voluta degli ex bimbi Il villaggio di Balachadi, dove il maharaja aveva voluto che fossero piantati alberi e fiori per ingentilire l’accoglienza, rimarrà attivo fino al 1946. L’anno seguente Nawanagar sarà annessa allo Stato di Kathiawar, con l’India indipendente dall’Impero britannico, e Jadeja rimarrà principe solo nominalmente. Morirà a 70 anni a Bombay, nel 1966, mai dimenticato da quegli orfani ai quali aveva assicurato un presente e un futuro. Ma la Polonia era ancora sotto il regime comunista. Poi però la ruota della storia aveva continuato a girare e la Polonia riconquisterà la libertà e la democrazia. Nel 2011 alla sua memoria il presidente Bronisław Komorowski conferirà l’onorificenza della Croce di commendatore dell’Ordine al merito. Nel quartiere di Ochota, a Varsavia, c’è oggi una piazza con un monumento in marmo rosso che dal 31 maggio 2012 i varsaviensi hanno scelto di chiamare Piazza del Buon Maharaja. È vicina a una scuola, che nel 1991 ospitò il primo incontro dei bambini rifugiati polacchi dall’India, e che da allora si richiama a Digvijaysinhji. Ma poiché sarebbe stato impossibile ricordare il nome, si decise di proporre alla Municipalità l’intitolazione di Buon Maharaja, come poi deliberato dal Consiglio comunale. La piazza è stata visitata nel 2024 dal premier indiano Narenda Modri.