Giacomo Pilati racconta 'Blu e sale'. “La Sicilia è il vero personaggio del mio romanzo”
2026-03-19 - 11:20
AGI - Entrare in 'Blu e sale' significa lasciarsi portare dentro un mondo fatto di ricordi ed emozioni. Giacomo Pilati ci accompagna in un viaggio intimo e sincero, dove l’infanzia, la famiglia, il mare, i profumi della Sicilia e il legame con la propria terra diventano materia viva di racconto. Le pagine del romanzo parlano di crescita, di scoperta, di affetti profondi e di tutto ciò che, anche con il passare del tempo, continua a vivere dentro di noi. Trapani è lo sfondo della storia e insieme una presenza costante, piena di luce e contraddizioni, capace di lasciare un segno nell’anima del protagonista e del lettore. Senza anticipare i momenti più intensi del libro, si può dire che si tratta di un’opera che tocca corde universali, perché parla del bisogno di non perdere ciò che ci ha resi quelli che siamo. In questa intervista, attraverso le parole dell’autore, entriamo ancora più da vicino nel cuore del romanzo e nelle emozioni che lo hanno fatto nascere. Se oggi potesse davvero sedersi accanto al bambino che compare all’inizio del libro, che cosa gli direbbe e che cosa invece non avrebbe il coraggio di dirgli? Quel bambino è sempre lì accanto a me, non mi lascia mai. L’ho nutrito con la nostalgia che serve a non mollare la memoria alla deriva dei ricordi, a tenerla salda allo stupore che negli adulti è difficile da recuperare e comunque bisogna farci i conti dopo in modo diverso. Gli parlo continuamente, talvolta lo abbraccio pure, lo stringo forte al petto fino a sentire il suo cuore confondersi col mio in un battito unico fatto di pensieri, emozioni. Ho continuato a custodire quel bimbo, l’ho visto crescere, l’ho accompagnato per mano fra sogni e dolori. Forse per paura di perderlo, di non vederlo più inghiottito dalla voragine della perdita dell’innocenza, buche profonde da cui è difficile risalire. Se oggi potessi sedergli accanto gli direi che il tempo di giocare non è ancora finito e che il presente è dettato dalla nascita quotidiana scandita da obiettivi piccoli che messi insieme diventano grandi. Non avrei il coraggio di raccontargli che non mi è riuscito di restare bambino per sempre che era quello che desideravo quando avevo i calzoni corti. Ma che in compenso sono stato vicino a quell’assurdo obiettivo e continuo a sfiorarlo con le parole che so. Una magia che trasforma i sentimenti in forme geometriche. Nel suo libro Trapani non è solo uno sfondo, sembra quasi un personaggio vivo: qual è il luogo della città che custodisce di più la sua anima e che ancora oggi la emoziona? Trapani è la scena imprescindibile di questa mia educazione siciliana. Fra i vicoli e gli spazi allagati dalla luce del mare ho scoperto le prime storie belle, quelle che hanno rappresentato i mattoni di ogni mia esplorazione. Una raccolta di volti, luci e pietre che ancora oggi illuminano i miei sogni e le mie parole. E anche se non sento più per strada gli odori di cucinato, il pane appena sfornato, l’acqua col sapone buttata sui marciapiedi, me li immagino uguali e riesco perfino a sentirli come se fossero ancora lì sotto il mio naso. Così forte è ancora oggi la presenza di quei momenti. Che rimanevano appiccicati alla pelle, si muovevano dentro la testa, arrivavano dritti allo stomaco, come una poltiglia. Il sole, il buio, le pietre, le facce. Quello che succedeva. Ma anche l’attesa per le cose che dovevano avvenire. E in mezzo l’infanzia felice e consapevole. Come solo i bambini sanno viverla. Incollati alle ore che come un bruco attraversavano il corpo, modificandolo lentamente, scolpendo piccole scanalature che sfioravano l’infinito. Tra tutti i ricordi che ha raccontato, ce n’è uno che le ha fatto più male riscrivere e uno che invece le ha restituito felicità? La morte di mia madre è una delle ragioni che mi ha messo di fronte alla necessità di fare i conti con i sensi di colpa. Con quei profumi smarriti troppo presto, con una gioia barattata con un dolore irrituale, fuori formato. Di quelli che è facile raccontare quando appartengono ad altri e invece quando succedono a te, le parole non bastano più e ci vuole tempo per cercare quelle giuste capaci di saldare i conti con le emozioni, con quel dolore che mi buca lo stomaco ogni volta che ci penso. Mia madre che ha celato la sua malattia per non abbattere i giorni del mio matrimonio. Lei che ha sacrificato la sua fine per vedere il mio principio, per condividerlo scremandolo dalla tragedia che da lì a poco si sarebbe consumata sul suo corpo aggredito dal cancro. Un gesto che appartiene al mondo delle donne, alle mamme, al cuore di questa terra. Mi ha restituito la felicità rivedere il tramonto insieme a mio padre mentre lui stava lì a spiegarmi che quella era la bellezza. La mutevolezza dei colori, la scomparsa della palla di fuoco nel mare, e poi la sera che arrivava improvvisa come un abbraccio consolatorio. Nel romanzo si sente molto l’amore per la sua terra, ma anche la delusione per i suoi silenzi e le sue ferite: ha scritto questo libro più per nostalgia, per rabbia o per bisogno di verità? Ho cominciato a raccontare questa terra in tv e sui giornali che avevo 17 anni; ho vissuto da cronista i terribili anni 80, ho toccato le ferite, ho visto quel sangue, l’ho raccontato: l’omicidio del giudice Ciaccio Montalto, la guerra di mafia di Alcamo, la strage di Pizzolungo, l’omicidio di Mauro Rostagno con cui ho lavorato in Tv fino all’ultimo dei suoi giorni. La speranza che un giorno tutto potesse cambiare si è spenta con lo sciagurato salto generazionale che non ha raccolto il testimone di quei giorni ruggenti in cui sembrava che tutto quel macello avrebbe provocato una reazione, una sollevazione delle coscienze. E invece chi è venuto dopo è stato costretto a lasciare la città, a progettare un futuro fuori da qui. Alla fine non è rimasto quasi più nessuno e le pedine del gioco dell’oca sono tornate alla casella di partenza. Perché non c’è più chi tira i dadi. Si, alla fine è questa rabbia incistata dalla nostalgia ad avermi spinto a seguire il filo delle cose che ho visto, consapevole che altrove avrebbero avuto un altro colore, forse non sarebbero mai successe. Dopo aver chiuso il libro, che cosa spera rimanga nel cuore di un lettore: l’immagine del bambino che era, dell’uomo che è diventato o della Sicilia che racconta? Mi piacerebbe che i lettori si sentissero accompagnati per mano in un racconto dove è facile riconoscersi ma anche perdersi dentro la storia di un bambino che è stato testimone di fatti che hanno cambiato lui e il posto dove è cresciuto. Protagonista, almeno è questo che mi piacerebbe venisse fuori, è la Sicilia. Non tanto le sue contraddizioni, la retorica del suo racconto universale, quanto tutto quel blu che mi ha posseduto fin da quando ho aperto gli occhi e che ancora inseguo per vedere dove va a finire.